A BRUNO

 

Nei miei anni buiesi, vi erano giorni in cui il cielo pareva una pietra tombale. Non una superficie marmorea con le sue venature o i minerali screziati, no, piuttosto una lastra di zinco refrattaria a ogni cosa!

E dalla mia postazione locale, la sentivo gravare su quel chiodo fittile che è il Campanile o su un grumo di terra chiamato Monte, a nord il Chiampon le fungeva da architrave, mentre a oriente inclinava su due giovani cipressi.

Nei giorni in cui il cielo, non mostrandole, denunciava le sue fenditure, pioveva di tutto...pioggia di grandine...pioggia di neve...pioggia. Pioggia mista a lamiera cadeva sui tetti sugli alberi i campi e l'asfalto che rilucevano del suo colore, permeando il tutto, d'un umore acre e ferroso.

In quel tempo, io vedo Aita nel suo cortile fiutare l'aria con la parabola dei suoi pensieri connessa al magnete del cuore. Fin quando e non so per quale sortilegio, dalla "volta" si staccano alcuni frammenti che tonfano negli orti e nei campi di Buja. Lastre all'apparenza informi e scosse che il nostro, furtivo, carpirà dal suolo recandole nel suo antro nero; un cunicolo di ore, notti e stagioni entro cui Bruno darà la stura alle sue ossessioni.

Me lo figuro, con l'animo catramato, i suoi strumenti e le punte a spillo, attivare, in quel sottotetto fuori dal tempo, tutto un Ciclo di "trasfusioni" che, dai labirinti della sua mente trasbordano in quelle oscure porzioni. E in questo darsi di spruzzi ematici, che minuscole sonde irrorano dalle sue viscere alle lamiere, ecco affiorare la "soglia", un che di asfittico, privo di gravità, come di spazio alla deriva o buco nero... nel quale stazionano "icone" di cui non sappiamo; forse demoni evasi dai sogni o caduti dal cielo... oppure, Aita, possenti ombre del tuo pensiero.

 

Paolo Centioni

 

Marzo 2002

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