Scenografie del probabile

 

La metafora attraverso la quale Bruno Aita racconta la nostra condizione di contemporanei è alla fine molto semplice, si riassume in un titolo che torna spesso tra quelli che egli attribuisce ai suoi lavori: "Boschi senz'aria".

E' una metafora semplice e molto dura, perché non lascia scampo, impedisce qualsiasi deviazione consolatoria.

Fa pensare anzitutto - almeno per quel che mi riguarda - al miracolo dell'atmosfera, sottilissimo strato vitale entro cui tutto vive, oggi minacciato da una serie di pericoli che non sono più soltanto quelli legati alla generale vita dell'universo, alla sua biologia per così dire - eruzioni soffocanti, meteore che impattano con la terra o simili - ma anche quelli determinanti dalla disperante incapacità della specie umana a concordare almeno su alcuni essenziali modi di comportamento, affinchè non sia il nostro stesso "stile" di vita a produrre quei disastri irreparabili, sui quali ognuno che legga i giornali è già ben informato.

Ma poi la metafora può anche riferirsi - così io interpreto, e penso di non essere lontano dalla verità - alla mancanza di un altro genere d'aria, cioè all'aria della comunicazione, a quel vitale tessuto di parole, di dialogo, di volontà di comprensione, senza il quale anche la nostra vita rischia l'estinzione, allora se non per via fisica, certo per via psicologica e morale.

Le figure, i "teatri" che Aita inscena sulle sue grandi carte ci presentano elementi che lasciano lavorare la nostra mente in ambedue le direzioni, dato che certamente l'una non esclude l'altra, se è vero che nella nostra vita ciò che è fisico condiziona sempre ciò che è psicologico e morale.

I "teatri", dicevo: perché le immagini di Aita, che partono comunque da una base naturalistica, deviano subito verso la "scenografia", la metafora appunto, il discorso simbolico, e quindi l'implicita presa di posizione morale.

Qui giova chiarire, perché non vorrei che la parola "scenografia" venisse interpretata con riferimento ad un che di spettacolare, e quindi in qualche misura di retorico, di forzato.

E' vero esattamente il contrario, è proprio l'impianto scenografico che rende importante, voglio dire esteticamente "pieno" l'impatto dell'opera: perché esso mette appunto in primo piano, com'è suo compito, il senso profondo del discorso di Aita, che è un senso d'allarme.

Allarme che viene, in fundamentis, dalla commistione di naturale e artificiale.

Nel grande bosco verticale che lascia filtrare dal fondo una luce d'alba, o forse semplicemente l'unica luce possibile in una terra desolata, penetra un grande tubo, proveniente non si sa da dove, e porta il tanto d'aria che rende ancora possibile la vita del bosco medesimo.

Allo stesso modo, sopra un prato al cui limitare si svolge la sagoma buia di una siepe sulla quale ancora svettano alberi, si piega un altro tubo, con bene in vista il suo numero di matricola industriale, poiché il mondo è ormai un organismo "intubato", è come un corpo che sopravvive per - diremmo - accanimento terapeutico.

Qualche ottimista dirà che si tratta di esagerazioni, evidentemente - per accennare ad uno solo dei "fatti" - l'enorme numero di bombe nucleari che si nascondono nella pancia della terra non sono, per lui, un problema: esse sono state costruite per divertimento, sono giocattoli con cui si divertono politici e militari, ma così, tanto per passare il tempo. E non si trova un accordo per distruggerle sempre così, perché dispiace distruggere dei simpatici giocattoli.

In realtà il tema che Aita tocca, in questo suo modo tanto semplice e diretto, quanto incontrovertibile, è un tema "totale", cioè un tema che non lascia niente fuori di sé, lo stesso attorno al quale, in definitiva, sono nate le civiltà e le religioni: in che modo la conoscenza è un bene, o un male? In che modo ciò che l'uomo ha costruito sulla base delle possibilità offerte dal suo rapporto con la natura aiuta, o annichilisce: annichilisce cioè la stessa capacità che ha posto in essere quella costruzione?

E l'altra domanda sottintesa - non oscuramente, appena velatamente - da queste opere suona così: ma c'è, poi, altro tema su cui valga la pena impegnarsi? Se l'arte non si impegna sull'essenziale, su cosa dovrà impegnarsi?

Da qui il carattere "ossessivo" di queste tavole, ossessivo intellettualmente e psicologicamente: e si badi bene, è un osservazione estetica questa, non esistenziale, non riferita alla soggettività del pittore Bruno Aita.

Sono "ossessive" nello stesso senso in cui per Pasolini potè essere ossessiva, ma anche fonte di poesia, la constatazione della perdita d'innocenza del popolo contadino, del "frut" involgarito dalla società dei consumi. Ossessive nel senso montaliano per cui è ossessiva la ricerca dell'"anello che non tiene" del "varco" che permetta la fuga dalla disperante necessità che imprigiona la vita.

Ossessive, cioè, nel senso che idee e immaginazioni che stanno alla loro base sono continua fonte di creatività e di discorso.

Unico è il tema, infatti, in questi disegni, ma diversi gli ambiti, i soggetti, le tecniche costruttive attraverso i quali essi vengono realizzati. 

Un grande bosco rado si estende davanti agli occhi, gli alberi, ben diritti e come cadenzati nello spazio, tutti uguali - essi infatti non sono questo o quell'albero, rappresentano invece l'idea stessa dell'albero - sono intersecati da destra e da sinistra ancora da due tubi, mentre strane figure stanno ferme, o forse passeggiano nell'aria scura, esseri spettrali e "teatrali" che incarnano un'umanità sopravvissuta, o forse un'umanità prossima alla morte.

Altra "scenografia": in un interno buio dove si vede, in primo piano a sinistra, una sedia, entra da un pertugio una traccia di luce che illumina un volto. E' il volto di una persona che sta guardando un televisore, mentre sulla destra, dietro una tenda che scende dall'alto, un'altra figura si nasconde minacciosamente: o forse è solo una tuta di gomma, forse abbiamo già imparato da altri disegni che la vita, in questo mondo immaginario o futuro, è possibile solo se si è difesi da una sorta di ineluttabile scafandro collegato, attraverso una mostruosa maschera che scende in viso, alle sorgenti artificiali dell'aria.

Sono disegni angoscianti, certo, ma dove sta scritto che la vita, osservata nella sua essenza, sia divertente? Giobbe, per esempio, non la pensava cosi, e neppure quell'altro acuto indagatore di giardini che si chiamava Leopardi. Ricordate il passo dello Zibaldone?: "Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate nel patimento..." E poi la celebre sequenza che conclude, metaforicamente per tutti gli esseri viventi, che certo "il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere".

Dunque non è che Aita sia in cattiva compagnia, in questi suoi discorsi così saturnini nell'essenza, ma anche così definiti, così nitidi nella loro impaginazione formale.

Vi sono, in questi disegni, delle arene in cui si svolgono dei riti, o degli eventi, o si intravedono situazioni non chiare: essere intubati che vedono, o volgono le spalle, ad altri esseri intubati presenti in grandi teleschermi; cannoni in lontananza grandi tubi che finiscono vicino a grandi maschere sporgenti - sembra - da nere oscurità; un aereo lucidissimo e mortale; un ritratto, splendido, in cui un uomo sembra guardare, non si sa se costernato o meravigliato, qualcosa che sta accadendo davanti a lui, ma fuori dalla nostra vista.

E' frequente un'impostazione orizzontale, che allarga il campo visivo su confini indecifrabili, e nello stesso tempo pesa come un cielo abbassato e schiacciante.

Non c'è colore, ma questo è appena ovvio. Qualunque allontanamento dal rigoroso, severo, duro e struggente chiaroscuro scelto da Aita istituirebbe una deviazione di senso - e di attenzione da parte di chi guarda - del tutto contraddittoria.

Insieme, tutti questi disegni creano un ambiente, un tono d'impatto potente, uno shock: molto salutare per chi non abbia paura di pensare a fondo sulla propria vita, e su quella di tutti.

 

Giancarlo Pauletto

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