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IL PAESAGGIO DI BRUNO AITA

 

Può essere un incontro con il "paesaggio" la rappresentazione pittorica di Bruno Aita con le immagini di un territorio boschivo - quello familiare del Friuli - nel quale il senso antico della natura sopravvive nella forma dell'albero da sempre radicato in quella terra e destinato ora a riprodursi in quantità controllate, liscio, diritto, con scarse fronde, stipato in un niente di aria e di luce, pronto ad essere tagliato, secondo uno standard di carattere commerciale.

Così profondamente mutata, la visione abituale del bosco è sottratta alle emozioni liriche, soggettive e trova una prima ragion d'essere nell'assecondare un 'racconto' di mutazione in cui, assieme all'uomo, un sistema originario di natura spontanea subisce significanti cambiamenti con la programmazione dei processi naturali di nascita e di crescita; in quest'ottica artificiale vengono meno le motivazioni e lo spirito della grande fioritura di "paesaggio" nella pittura degli Anni Trenta e resta sospesa le lezione iniziatica picassiana e del cubismo come luogo di linguaggio estetico e di vita sociale.

 

Nella costruzione pittorica di Bruno Aita, assistiamo al trapasso da un abituale perdersi umano - sentimentale, poetico - nella natura, alla riflessione su una parvenza di ordine (quella realtà di alberi cresciuti tutti uguali e troppo in fretta) in cui si trovano a coesistere una primizia di interesse industriale ed un vago senso estetico , difficili da equilibrare. Diventano insufficienti il guardare, il descrivere ed anche l'intrecciare quel racconto di presenze arboree e di presenze umane, che resta irrisolto nella sua problematicità anche per un'inquietudine istintiva dell'artista ed accettarla. Il suo colloquio abituale con la natura del bosco e con le suggestioni della dinamica vitale dell'albero, si complica nella necessità di dovervi riconoscere funzioni aliene: che è come correggere la realtà dell'universo o interferire nelle scelte di convenienza dell'uomo.

 

In una sorta di "spirito di solitudine" (è la frase con cui Jay Macpherson, nel suo omonimo saggio filosofico del 1983 (Yale University Presse), definisce uno stato sufficiente al vivere intellettuale dell'uomo), di intima riflessione sul rapporto tra realtà umana-economico-sociale ecc. - e natura si rendono più evidenti le ragioni che delegano l'arte a rappresentarlo e, rotto il cerchio costrittivo delle esitazioni e dell'isolamento, si aprono, per l'artista, possibilità di intervento creativo: nella sacralità eterna della natura e nella sua estraneità di universo indifferente agli interessi particolari dell'uomo, persiste una presenza esclusiva e insopprimibile di carattere estetico. Pare pittura diventa, quindi, l'evolversi di uno spirito innovativo nell'urgenza di declinare sopravvenute esigenze di vita con finalità artistiche. Nella mediazione che la pittura di Aita fornisce tra la contraddittorietà di base delle due linee di significati: la ragione umana che, fa del bosco un bene sociale e l'archetipo di suggestioni estetiche che esso bosco contiene - l'elemento estraneo, definito 'tubo d'aria' che viene introdotto nella composizione, si impone per l'icasticità della forma inconsueta e si scopre come metafora di correzione ad una iniziativa che minaccia di soffocamento un millenario equilibrio della natura. Tuttavia l'invenzione del 'tubo d'aria' può correre il rischio di restare, nell'applicazione, figura retorica puramente indicativa di una analogia, se non diventa operativa con un ulteriore passaggio nei segni puri di un linguaggio che genera pittura. Il 'tubo d'aria' che attraversa l'orizzonte, taglia la massa del bosco, origina rapporti geometrici, profondità inventate; un ordine spaziale astratto, dove il bosco diventa luogo dell'immaginazione, paesaggio "altro", non più ridonante di sorprese coloristiche, di sfumature prestigiose, fini a sé  stesse o disponibili al racconto o solo alla suggestione.

L'ulteriore passaggio si adegua all'interpretazione di una contemporaneità in mutazione e alla ricerca di nuovi riferimenti culturali.

 

Nel lavoro di Aita, il paesaggio rimane come sottinteso non rinviabile nel cogliere, giorno dopo giorno, il senso etico ed estetico delle ragioni del proprio vivere; cioè fare pittura/arte, in una maniera antica e nuova di produrre verità in un tessuto esistenziale che sembra allontanarsi sempre di più da una certificazione storica di risultati.

 

Il presente saggio fa parte di una trattazione sulla pittura italiana di paesaggio dagli Anni Trenta in poi.

 

Umberto Silva

 

(Fascati - Roma)

Nov. 2005